Pet therapy

La presenza di un animale in casa sembra possa costituire una fonte di piacere e di soddisfacimento del bisogno di amore ed affetto presente in ciascuno di noi, inoltre sembra essere un valido aiuto in situazioni di disagio e difficoltà. Da alcuni anni a questa parte si stanno anche studiando gli effetti che possono derivare dall’utilizzo terapeutico degli animali, la cosiddetta “Pet Therapy” cioè la terapia attraverso l’uso dei animali domestici.

Più nello specifico, con il termine pet therapy (in italiano, zooterapia) s’intende, generalmente, una terapia dolce, basata sull’interazione uomoanimale.

Si tratta di una terapia che integra, rafforza e coadiuva le tradizionali terapie e può essere impiegata su pazienti affetti da differenti patologie con obiettivi di miglioramento comportamentale, fisico, cognitivo, psicosociale e psicologico-emotivo.

La pet therapy non è quindi una terapia a sé stante, ma una co-terapia che affianca una terapia tradizionale in corso. Lo scopo di queste co-terapie è quello di facilitare l’approccio medico e terapeutico delle varie figure mediche e riabilitative soprattutto nei casi in cui il paziente non dimostra collaborazione spontanea. La presenza di un animale permette in molti casi di consolidare un rapporto emotivo con il paziente e, tramite questo rapporto, stabilire sia un canale di comunicazione paziente-animale-medico sia stimolare la partecipazione attiva del paziente.

  • COS’E’ LA PET THERAPY?

Il concetto di terapia implica la relazione tra due esseri viventi che di solito sono il medico, o psicoterapeuta, ed il paziente. In tutti questi casi, quindi, la relazione avviene tra due esseri della stessa specie. Non si è mai pensato, fino ad oggi, che anche la relazione tra esseri di specie diverse potesse avere degli effetti curativi. Ognuno di noi avrà qualche storia sugli eccezionali poteri che i nostri beniamini sembrano avere nell’influenzare il benessere fisico e psichico dei loro padroni; la difficoltà sta però nel riuscire a conferire una validità scientifica e clinica a racconti, percezioni, sensazioni e vissuti che purtroppo di scientifico hanno ben poco.

La Pet Therapy è un’area di ricerca relativamente nuova e si propone programmi per l’introduzione graduale e sistematica di animali, selezionati ed addestrati, nelle immediate vicinanze di un individuo, o di gruppi di individui, per scopi terapeutici. Sembra infatti che i benefici effetti degli animali da compagnia su persone normali possano essere tradotti in effetti terapeutici per certi individui disagiati fisicamente o psicologicamente. Ci sono molti motivi a sostegno dell’introduzione della Pet Therapy:

  • Gli effetti della Pet Therapy compaiono piuttosto velocemente e possono essere documentati con film e videotape. Del resto chiunque può osservare la gioia sul volto di una persona che tornando a casa trova il proprio cane festoso;
  • La Pet Therapy potrebbe interessare tutti coloro che amano gli animali e che potrebbero offrire la loro collaborazione come volontari in eventuali piani per l’introduzione di animali in strutture interessate a questo tipo di terapia;
  • Esistono organizzazioni protezionistiche, zoo e canili che fornirebbero gratuitamente gli animali necessari;
  • La Pet Therapy conferirebbe uno scopo altamente sociale alla proprietà e alla cura di animali che ancora oggi vengono considerati, troppo spesso, un impegno inutile;
  • Molti studi stanno dimostrando che la vicinanza di un cane o di un gatto, ma anche di un pesce o di un canarino, è in grado di modificare parametri fisiologici misurabili, come il battito cardiaco o la pressione sanguigna.

Da quanto detto, la Pet therapy sembrerebbe una terapia facilissima, poco costosa, con risultati immediati e che gode di una approvazione generale. E’ importante comunque non lasciarsi trascinare da facili entusiasmi: nel mondo di oggi, le persone sono abituate a vivere in modo complesso e caotico e questo rende difficile accettare qualcosa di tanto semplice come la vicinanza terapeutica di un animale. E’ più facile relegare il legame uomo – animale da compagnia nella categoria del sentimentalismo e del romanticismo, molto spesso criticata dal razionalismo attualmente dominante (Giacon, 1992).

STORIA DELLA PET THERAPY

La storia della Pet Therapy inizia nel 1792 in Inghilterra quando William Tuke incoraggia i pazienti con disturbi mentali a prendersi cura di animali, intuendo la loro capacità di incentivare l’autocontrollo e l’influenza umanizzante degli animali stessi; mentre nel 1867 in

Germania un istituto per pazienti epilettici inserisce cani, gatti ed altri animali nei suoi programmi terapeutici. Ancora nel 1875 il medico francese Chessigne prescrive l’equitazione a pazienti con problemi neurologici, ritenendola efficace per migliorare l’equilibrio e il controllo muscolare. Nel 1942 in un ospedale di New York vengono utilizzati animali da compagnia e da allevamento per curare feriti di guerra con traumi emozionali. Nel 1952 Liz Hartel, una ragazza poliomielitica, si classifica seconda nella gara di dressage alle Olimpiadi di Helsinki. Questo avvenimento suscita molto interesse e costituisce la spinta decisiva per la diffusione dell’Ippoterapia in tutto il mondo. Pietra miliare nella storia della Pet Therapy è sicuramente stato Boris Levinson il quale nel 1953 scoprì fortuitamente l’azione positiva che la compagnia di un animale poteva avere su un bambino autistico e inizia le prime ricerche sugli effetti degli animali da compagnia in campo psichiatrico. Nel 1961 nasce la terapia con gli animali come la conosciamo oggi. Levinson per la prima volta enuncia teorie plausibili e verificabili che spiegano i benefici della compagnia degli animali nella cura di giovani pazienti. Nel 1970 un ospedale psichiatrico infantile del Michigan adotta un cane come aiuto mentale per i bambini ricoverati. Nel 1975 i coniugi Corson, due psichiatri americani, applicano le teorie di Levinson a pazienti adulti con disturbi mentali; due anni dopo, nel 1977,uno studio di Erika Friedmann rivela l’esistenza di una correlazione positiva tra la sopravvivenza dei pazienti che avevano subito un infarto cardiaco e il possesso di animali da compagnia. Iniziano quindi le prime ricerche volte a verificare le potenzialità del rapporto uomo – animale da compagnia nel ridurre l’ipertensione e il rischio di infarto cardiaco (Ballarini, 1995).                                                                                                                                            A partire dagli anni ’80, i professionisti che usano gli animali per obiettivi terapeutici iniziano a fare una distinzione tra:

  • Attività svolta con l’ausilio di animali (AAA): questo tipo di attività aiuta a migliorare la qualità della vita puntando l’attenzione prevalentemente sugli aspetti motivazionali, educativi, ricreativi ed anche terapeutici del rapporto con un animale. L’attenzione è rivolta soprattutto alla gioia di stare insieme e di provare emozioni positive, elementi che possono sicuramente incidere positivamente sulla qualità della vita delle persone coinvolte, ma che sono difficilmente codificabili e misurabili scientificamente. Esistono fondamentalmente due tipi di attività svolte con l’ausilio degli animali: un primo tipo è caratterizzato da attività passive; in questo caso si possono introdurre negli ambienti di vita dei pazienti degli acquari o delle voliere, la cui semplice presenza ha un effetto calmante ed anti depressivo; il secondo tipo di attività è caratterizzata dall’interazione vera e propria con gli animali che entrano a far parte del programma riabilitativo, come nel caso dell’inserimento di gatti o di cani di piccole dimensioni nelle prigioni o nelle comunità terapeutiche;
  • Terapia effettuata con l’ausilio di animali (AAT): è una vera e propria terapia guidata da specifici obiettivi e che utilizza gli animali da compagnia come parte integrante del processo terapeutico. La terapia deve essere condotta da professionisti con una specifica preparazione. Gli obiettivi possono essere legati alla necessità di incentivare o ridurre al minimo specifici comportamenti. Gli animali vengono utilizzati in contesti molto diversi come le prigioni, gli ospedali, l’ambiente di vita quotidiana di disabili fisici e psichici (Burch, Fredrickson, 1995).

Nel 1981 negli Stati Uniti viene fondata la “Delta Society”, associazione che studia l’interazione uomo – animale e gli effetti terapeutici legati alla compagnia degli animali. Nel 1987 la Pet Therapy arriva anche in Italia, mentre nel 1990 nasce il C.R.E.I. (Centro di Ricerca Etologica Interdisciplinare per lo studio del rapporto uomo – animale da compagnia) che collega discipline relative alla salute umana e animale, all’ambiente e al comportamento. Negli ultimi dieci anni in Italia e all’estero la ricerca è proseguita e con essa sono nati molti centri che applicano con successo la Pet Therapy (Ballarini, 1995).

1.2  APPLICAZIONI DELLA PET THERAPY

GLI ANIMALI COME AIUTO AI BAMBINI

Ogni bambino sogna di avere come compagno di giochi un grosso cane o un morbido gattino e spesso i genitori accettano di farsi carico di questo nuovo membro della famiglia perché ritengono possa essere utile per lo sviluppo psico-fisico del proprio figlio. Tuttavia, solo recentemente la ricerca scientifica ha iniziato ad occuparsi degli effetti della relazione tra un bambino ed un animale da compagnia. Come abbiamo già visto, il primo che si occupò di questa specifica relazione fu Boris Levinson, il quale stava lavorando con poco successo con un bambino autistico. Un giorno entrò per errore nello studio il suo cane ed il bambino iniziò ad interagire con l’animale e a parlare con il terapeuta: cosa che Levinson stesso non era mai riuscito ad ottenere. Nonostante non sia facile condurre esperimenti scientificamente validi in questo campo, alcuni ricercatori hanno cercato di capire se la presenza di un animale da compagnia possa avere una qualche influenza sullo sviluppo dei bambini (Endenburg, Baarda,1995).

 

SVILUPPO SOCIALE ED EMOTIVO

Il senso di autostima è ormai riconosciuto come un elemento fondamentale per lo sviluppo sociale ed emotivo dei bambini: se in casa è presente un animale, tutti i membri della famiglia sono portati a prendersi cura di lui, ognuno secondo le sue possibilità, in questo modo il bambino impara a prendersi cura di un altro essere vivente, acquisisce nuove competenze, senso di responsabilità nei confronti del suo animale e aumenta l’autostima in quanto capisce di essere in grado di fare da solo, senza dover sempre chiedere aiuto a mamma e a papà. E’ importante che i genitori si rendano conto di questo aspetto e che responsabilizzino il bambino, sempre secondo le sue possibilità, a prendersi cura del suo animale da compagnia. Un altro aspetto molto importante è legato all’empatia, cioè alla capacità di capire cosa provano le persone che abbiamo vicino: è stato possibile evidenziare che l’interazione con un animale che dipende in tutto e per tutto dagli uomini, insegna ai bambini a capire le emozioni e i bisogni degli animali e di conseguenza delle persone con cui interagiscono. L’animale da compagnia svolge anche un’importante ruolo di supporto sociale ed emotivo, gli animali ci fanno sentire incondizionatamente accettati: non giudicano quello che diciamo e come ci comportiamo, loro ci amano e basta. Questa forma di amore senza alcuna condizione è molto importante per i bambini, anche se è altrettanto importante non sostituire mai le persone con gli animali. Molti genitori ammettono che avere in casa un animale da compagnia è un’utile spunto educativo su quello che è il ciclo della vita: un bambino che ha in casa un animale, con buona probabilità dovrà sperimentare il triste evento della sua morte e alcune volte anche il lieto evento della nascita di nuovi cuccioli. Come avremo modo di vedere più avanti, la morte dell’animale da compagnia, con il quale si è vissuto in media 10-12 anni, è sicuramente molto dolorosa, ed è importante che i genitori siano capaci di parlare apertamente con i figli dei sentimenti che stanno provando. Imparare ad affrontare il dolore per la morte di un animale a cui si voleva bene è importante e i genitori devono aiutare il bambino in questo difficile compito, inoltre devono riuscire a fargli capire che è normale provare questi sentimenti. Dall’altro lato, un bambino che ha in casa un animale può anche vivere l’eccitante esperienza della nascita di nuovi cuccioli; questo è un altro importante momento educativo che i genitori devono saper cogliere per spiegare ai figli da dove inizia la vita e come si sviluppa (Endenburg, Baarda, 1995).

 

UN AIUTO ALLA COMUNICAZIONE

Come abbiamo già avuto modo di vedere, quando si parla di comunicazione ci si riferisce non solo all’aspetto verbale, ma anche alla componente non verbale, tanto importante quanto dimenticata e sottovalutata come meccanismo di comunicazione. E’ infatti superficiale confinare il ruolo della comunicazione non verbale alla sola relazione uomo – animale. Resta pur sempre vero che nell’interazione con un animale il linguaggio del corpo viene attivato in modo volontario e consapevole, mentre nel rapporto con un’altra persona questo tipo di comunicazione è prevalentemente inconscio ed incontrollato. Quindi l’interazione tra un bambino e il suo animale è molto importante perché, attraverso l’elaborazione di un linguaggio non verbale, stimola lo sviluppo e l’arricchimento dei meccanismi di relazione e del comportamento sociale: il contatto sociale con un animale da compagnia aiuta il bambino a sviluppare la capacità di individuare ed interpretare correttamente i segnali non verbali presenti nelle interazioni sociali umane (Ballarini, 1995).

 

L’ANIMALE COME LUBRIFICANTE SOCIALE

Come avremo modo di vedere meglio più avanti, per molte persone la presenza di un animale nella loro vita ha un’importante funzione di lubrificante sociale, dal momento che l’animale con la sua sola presenza è in grado di aumentare i contatti sociali tra le persone. Per esempio, un bambino che passeggia con il suo cane attira più facilmente l’attenzione degli altri bambini e questo rende più facile fare amicizia e giocare insieme. Da alcuni studi è emerso che i bambini che hanno un animale sono significativamente più popolari nella loro classe rispetto ai bambini che non hanno un animale (Endenburg, Baarda, 1995).

 

L’IMPORTANZA DEL GIOCO

Il gioco è l’elemento fondamentale nella relazione bambino – animale ed è in esso che l’animale viene ad assumere un ruolo simbolico: nel gioco, il bambino utilizza un oggetto esterno (l’animale) che diventa per lui una rappresentazione dell’ambiente felice in cui era fuso con la madre, ma al tempo stesso l’animale è separato dal corpo, è qualcosa di diverso dal bambino e che fa parte del mondo esterno. Attraverso il gioco il bambino agisce e si confronta con la realtà che lo circonda, il gioco permette al bambino di esprimere la sua creatività. Esistono in particolare due giochi fatti spesso dai bambini piccoli e nei quali l’animale può assumere un ruolo simbolico:

  • Lanciare un oggetto: uno dei giochi preferiti dei bambini piccoli è quello di lanciare degli oggetti che ha a portata di mano e che poi gli vengono riportati dall’adulto. L’animale, in particolare il cane, rientra bene in questo contesto grazie al suo istinto innato di riportare gli oggetti che gli vengono lanciati. Attraverso questo gioco, il cane e il bambino si collocano sullo stesso livello di comunicazione complementare: da una parte il bambino lancia un oggetto e lo vede ritornare a sé, dall’altra il cane in base all’istinto ha bisogno di recuperare.
  • Camminare trascinando una corda con appeso un oggetto: quando il bambino impara a camminare diventa consapevole di aver definitivamente rotto il legame di dipendenza dalla madre e di essere separato da lei. Per questo motivo attiva una proiezione della propria separazione cercando un compromesso tra dipendenza ed indipendenza: camminare trascinandosi dietro una corda al cui capo opposto sta un oggetto che a livello psicologico rappresenta il bambino stesso. Anche in questo caso il cane può assumere un ruolo attivo perché correndo o rallentando proietta nel bambino l’immagine di un’altra possibilità: quell di esplorare e di essere autonomi, dal momento che non è legato all’altro capo della corda (Del Negro, 1998).

PSICOTERAPEUTI A QUATTRO ZAMPE

Anche gli adulti possono avvantaggiarsi dell’effetto psicoterapeutico degli animali, in situazioni che vanno da stati di solitudine e di isolamento all’infelicità, dagli atteggiamenti negativi di dipendenza e di rabbia alle sindromi depressive. Le prime applicazioni della Pet Therapy in adulti con disturbi mentali risalgono agli anni ’70. Ballarini (1995) riporta l’esperienza di due psichiatri americani, i coniugi Corson; i quali ripresero con successo negli adulti le esperienze che Levinson aveva fatto con i bambini. All’interno del centro per adolescenti con disturbi mentali per il quale lavoravano erano ospitati alcuni cani che venivano utilizzati per sperimentare nuovi farmaci. Di frequente capitava che alcuni ospiti del centro, tra i meno loquaci, chiedessero al personale l’autorizzazione di giocare con i cani. In questo modo i Corson si resero conto che gli animali esercitavano una certa attrazione nei confronti dei malati mentali; fu così che decisero di provare ad applicare la Pet Therapy anche a pazienti adulti. Permisero ai pazienti di scegliere, in funzione del loro stato d’animo, un cane particolare o un altro animale ospitato nel canile adiacente all’ospedale: i cani di piccola taglia risultarono più utili per le persone depresse e isolate, mentre i cuccioli sembravano più indicati per i ritardati mentali. La valutazione fatta alla fine di questa esperienza ha mostrato che i pazienti dialogavano di più tra di loro e con il personale dell’ospedale, inoltre i cani coinvolsero i pazienti in attività prima ignorate come fare una passeggiata o una corsa insieme. La Pet Therapy aiutò i pazienti a sviluppare un’immagine positiva di sé stessi, a migliorare l’autostima e la loro indipendenza. E’ fondamentale sottolineare che i cani non si sostituivano alle altre terapie, erano piuttosto uno strumento aggiuntivo che facilitava i processi di ri – socializzazione.

 

 

ALCUNE APPLICAZIONI

Gli animali sono risultati efficaci nella cura e nella prevenzione di situazioni di disordine psicologico. E’ stato inoltre dimostrato che il possesso di un animale può avere un effetto positivo sulla suscettibilità dell’uomo a malattie mentali, può intervenire nel ridurre lo stress e la tensione psichica. In altre parole, la presenza di un animale risulta positiva per il morale, riduce il livello di ansia, stimola a reagire, dona la sensazione di sentirsi utili e soprattutto facilita i rapporti interpersonali (Ballarini, 1995). Sulla base di quanto detto, sono numerosi i disturbi mentali che possono trarre giovamento dalla presenza di un animale familiare:

  • Disturbi dell’umore: quando sono presenti delle forme bipolari con episodi maniacali, l’affido di un animale è sconsigliabile, però nel caso di disturbi depressivi veri e propri può essere molto utile affiancare alla cura farmacologica un animale ben accettato dal paziente. Vediamo alcuni sintomi che tendono a migliorare: avere in casa un animale affettuoso che cerca il suo padrone può lenire l’apatia e il disinteresse; l’animale non giudica e dimostra sempre e comunque interesse e stima per il suo padrone; la presenza di un animale in casa che dipende in tutto e per tutto da noi stimola a mantenersi attivi e vitali: bisogna preparare da mangiare, fare la spesa, portarlo a spasso, questo aiuta a recuperare un contatto vitale con il mondo esterno (Del Negro, 1998). La depressione è una malattia in continuo aumento e sempre più persone si rivolgono alle pillole per uscirne, per questo è importante non sottovalutare la possibilità di una cura “dolce” attraverso l’uso degli animali che consente almeno la riduzione della somministrazione di farmaci. Gli animali possono quindi costituire un valido ausilio terapeutico e, salvo rare controindicazioni, privo di effetti collaterali dal momento che agisce attraverso il rapporto esclusivo che l’uomo instaura con l’animale (Ballarini, 1995);
  • Sindromi ansiose: anche in questo caso il trattamento con gli animali può diventare un utile supporto alle terapie farmacologiche. Molto spesso queste patologie comprendono una componente fobica, in questo caso l’introduzione di un animale presenta maggiori difficoltà (Del Negro, 1998).

PET THERAPY NEGLI ANZIANI

La nostra società sta lentamente cambiando aspetto dal momento che le persone vivono più a lungo e sono in notevole calo le nascite. La famiglia si è allargata evidenziando in questo modo le problematiche legate all’anziano che spesso trascorre le sue giornate in una lenta monotonia. Inoltre oggi si diventa vecchi prima rispetto al processo naturale poiché la struttura sociale esclude forzatamente dalla vita produttiva chi giunge all’età senile: in questo modo molte persone concludono la loro esistenza in condizioni di segregazione. Il notevole prolungamento della vita media non ha solo conseguenze di tipo demografico, ma porta alla ribalta il problema della qualità della vita dell’anziano. E’ importante evidenziare che l’invecchiamento non implica necessariamente l’insorgenza di problemi psicologici, sanitari, economici e sociali: l’invecchiamento deve entrare nella nostra cultura come un processo fisiologico e quindi normale, non come una forma di patologia. Per comprendere meglio quale può essere l’impiego degli animali in età senile è necessario fare una parentesi sugli aspetti psicologici dell’uomo anziano. Con l’avanzamento dell’età aumentano i disturbi fisici che possono limitare notevolmente l’autosufficienza e aggravare la dipendenza dagli altri. Tutto questo può portare ad un senso di tristezza e di incomunicabilità, inoltre gli anziani sono poco inclini alle novità e spesso soffrono di labilità dell’umore. Nell’età senile, quindi, il sommarsi di fattori psicologici individuali, di fattori ambientali e sociali è in grado di scatenare uno stato di depressione. Questa situazione può essere notevolmente aggravata dalla morte del coniuge, di amici e conoscenti: l’anziano si lascia andare sia fisicamente che psicologicamente e avverte un senso di malessere generalizzato, vive in estrema trascuratezza e perde la stima di sé. Nonostante i figli, spesso l’anziano vedovo è costretto a vivere da solo oppure viene inserito in istituti o case protette che forniscono assistenza medica qualificata ma finiscono per spersonalizzare l’individuo (Del Negro, 1998).

In un simile quadro, l’animale diventa il compagno ideale per l’anziano. Dal punto di vista psicologico, il rapporto tra l’anziano e l’animale da compagnia contribuisce a ripristinare nell’anziano sentimenti di protezione e di cura: avendo l’animale domestico bisogno dell’uomo per tutte le sue funzioni vitali, rende il padrone anziano una persona ancora utile se non indispensabile. L’animale da compagnia agisce poi come un vero e proprio supporto sociale facilitando l’integrazione, favorendo i contatti con gli altri e inducendo il desiderio di conoscere, parlare e condividere. La compagnia di un cane o di un gatto soddisfa inoltre il bisogno di comunicare sia attraverso il linguaggio verbale che con il linguaggio non verbale. Non bisogna dimenticare poi che il cane è il mezzo più efficace e sicuro per costringere il padrone a fare attività fisica (Ballarini, 1995). In questi ultimi anni si stanno sviluppando molti programmi per l’inserimento di animali da compagnia nella vita di persone anziani che vivono da sole o in istituti.

ANZIANI ED ANIMALI IN CASE DI CURA

In alcuni istituti americani per persone anziane si iniziano a trovare anche animali ivi residenti. I primi istituti che hanno acconsentito all’introduzione degli animali hanno scoperto che molte persone anziane avrebbero considerato con maggiore interesse la possibilità di ricoverarsi se avessero avuto il permesso di portare con sé i propri beniamini: essere inseriti in una casa di cura è di per sé un evento stressante dal momento che spesso comporta lo sradicamento dal proprio ambiente di vita e un radicale cambiamento di abitudini; se poi questo comporta anche la forzata separazione dal proprio animale e le relative preoccupazioni sulla sua futura sistemazione; è facile capire quale importanza possa avere per il benessere psicologico, e quindi anche fisico del paziente, l’opportunità di tenere con sé il proprio amato compagno (Hart, 1995).

Inoltre alcune case di riposo, riconoscendo il valore degli animali non solo nei riguardi dei proprietari, ma anche dei loro vicini, permettono di rimpiazzare gli animali che sono morti se il proprietario ha dimostrato di essersi preso cura del primo animale. In questo modo il vantaggio non è solo per il proprietario e per il suo animale, ma per tutto l’istituto che ne riceve stimoli emotivi e sociali. Il problema consiste nel fatto che spesso la potenziale utilità di un animale che opera nelle case di riposo per anziani non è riconosciuta dal personale: per questo motivo è utile informare ed incentivare l’inserimento di animali i quali, in breve tempo, diventano motivo di piacere e di soddisfazione nonché stimolo ad esercitare una maggiore attività fisica (Ryder, 1985).

ANIMALI NELLE PRIGIONI

Per capire in che modo e perché gli animali possano diventare validi strumenti di terapia in un carcere o in un riformatorio, è importante prima di tutto cercare di capire quali sono i problemi che queste istituzioni vivono al loro interno.

  • Un problema comune ad ogni struttura di isolamento è che il tempo non passa mai: queste persone hanno tanto tempo che però non sanno come occupare. Infatti la maggior parte delle ore della giornata sono a disposizione del detenuto che le può impiegare passeggiando lavorando o partecipando ai corsi di recupero: alcuni detenuti non possono però lavorare e in molti istituti non ci sono corsi a cui partecipare. Così noia, senso di inutilità e monotonia diventano un appuntamento quotidiano;
  • Un altro problema della vita in prigione è la mancanza di comunicazione, specialmente tra detenuti e guardie di custodia;
  • Si presenta anche il problema della carenza di legami affettivi: ci sono i momenti per i colloqui, ma non sono sufficienti a colmare il vuoto affettivo dei detenuti.

In un simile contesto di solitudine, depressione e assenza di autostima l’utilizzo di animali è sicuramente molto efficace: costituiscono un modo per impiegare il tempo, favoriscono le  interazioni tra le persone, facilitano il dialogo e la collaborazione, donano affetto ed inoltre restituiscono fiducia e trasmettono alla società un’immagine più positiva del carcerato (Ballarini, 1995).

 

QUALCHE IPOTESI PER IL RECUPERO

Gli animali presenti negli istituti di pena possono essere utilizzati in diversi progetti terapeutici ed anche riabilitativi:

  • Creazione di situazioni terapeutiche in cui si accentua il sentimento sociale del soggetto: ricevere un piccolo animale in affido significa doversi occupare di un essere vivente con esigenze proprie, con specifici ritmi fisiologici che vanno rispettati e con proprie modalità di comunicazione a cui ci si deve adattare;
  • Passaggio dall’affido all’adozione: significa ricevere una valutazione positiva della propria condotta e quindi ridurre, anche se solo momentaneamente, il senso di inadeguatezza in cui molti detenuti vivono. Chi vive in carcere prova un costante senso di fallimento in tutti i settori della vita, quindi riuscire nel rapporto con un animale può essere il primo passo di un lento processo di ricostruzione della propria esistenza;
  • Riduzione della distanza tra se e gli altri: le persone in carcere spesso si chiudono in se stesse e maturano un atteggiamento di difesa – offesa verso l’ambiente circostante. Accarezzare o tenere in braccio un piccolo animale significa tenere aperto un canale affettivo verso il mondo esterno, può essere la base per il recupero ed il reinserimento sociale (Del Negro, 1998);
  • In carcere si possono anche promuovere dei corsi per l’addestramento di cani per l’assistenza agli handicappati, questo rende i detenuti utili alla società ed aumenta la loro autostima. Inoltre per essere un buon addestratore di cani bisogna avere un atteggiamento positivo: il cane percepisce se viene addestrato da una persona nervosa o arrabbiata e non riesce a lavorare bene, questo porterà a risultati decisamente scadenti (Ballarini, 1995).

  

QUALI ANIMALI PER IL TRATTAMENTO DEI DETENUTI?

Gli animali in carcere forniscono stimoli affettivi ed hanno effetto ansiolitico, inoltre possono funzionare come mediatori dell’eccessiva aggressività che spesso si ritrova in questi luoghi di detenzione e possono migliorare l’immagine di sé del detenuto, in quanto le attenzioni di un animale lo fanno sentire degno di amore e stimolano il suo senso di protezione verso un essere piccolo ed indifeso che dipende totalmente da lui. Gli animali non fanno domande ed accettano le persone che li prendono con sé senza tentare di modificarne gli atteggiamenti e i comportamenti. E’ importante che il detenuto scelga autonomamente l’animale di cui occuparsi e inoltre occorre verificare se davvero intende occuparsene: una forzatura in questo senso potrebbe essere controproducente dal punto di vista riabilitativo. Gli animali da dedicare ai detenuti, o comunque a coloro che vivono in situazioni di particolare isolamento, devono essere animali che si possono tenere in braccio ed accarezzare: per questo motivo è molto importante ricordare che non tutti gli animali sono adatti e quindi si devono selezionare con cura i soggetti che verranno introdotti nel carcere.

Sicuramente i piccoli animali da gabbia e da voliera (volatili e piccoli roditori) possono essere utilizzati senza grossi problemi, sono animali che garantiscono una buona compagnia e possono anche essere addomesticati tanto da essere tenuti parecchio tempo fuori dalla gabbia. I pesci, nonostante siano compagni molto silenziosi, forniscono uno stimolo visivo anti depressivo trasmettendo immagini di quiete e serena tranquillità. Sicuramente i cani sono gli animali che socializzano in modo più diretto con l’uomo, per questo il cane è il compagno ideale per persone che vivono in solitudine e staccate dalla società. Non bisogna però dimenticare che hanno dei bisogni fisiologici e funzionali che non sempre sono adatti alla vita di cella: nel caso si decida di introdurre questi animali in un carcere, è importante predisporre una struttura esterna che permetta a cane e detenuto di muoversi liberamente, giocare e per il cane di soddisfare i propri bisogni fisiologici. Infine, i gatti sono molto più indipendenti dei cani e soprattutto più puliti, inoltre si adattano bene alla vita al chiuso, anche se non disdegnano una passeggiatina tra i tetti e i giardini. Nonostante partecipi poco alla vita del suo padrone, anche il gatto conserva affetto per l’uomo (Del Negro, 1998).

PET THERAPY NELLE MALATTIE DEL CORPO

Non è possibile negare che la compagnia di un cane, di un gatto o di altri animali domestici contribuisca a farci sentire meglio: gli effetti psicologici del legame uomo – animale sono stati ampiamente documentati nelle pagine precedenti. A questo punto, vogliamo vedere se la presenza di un animale familiare possa apportare benefici anche sul piano fisico. E’ stato dimostrato da molte ricerche che la Pet Therapy può essere una valida cura anche per le malattie più propriamente somatiche dell’uomo. Tutti conosciamo l’efficacia di una passeggiata all’aria aperta per mantenere efficiente la circolazione, per aiutare la digestione o per stimolare l’intestino: avere un cane è un buon modo per tenersi in attività. Tuttavia negli ultimi anni sono stati osservati degli effetti favorevoli per la salute anche nei padroni di criceti, tartarughe, pesci ed uccelli (Ballarini, 1995).

 

GLI AMICI DEL CUORE

Erika Friedmann (Robinson, 1995) ha condotto una ricerca il cui obiettivo era di conoscere gli effetti che possono avere le condizioni sociali e l’isolamento sulla sopravvivenza delle persone già colpite da un infarto. Per questo seguì da vicino un gruppo di persone ricoverate in ospedale dopo un attacco cardiaco. Attraverso l’analisi dei dati raccolti, la ricercatrice voleva individuare eventuali abitudini nella vita sociale che potevano aver influenzato la loro sopravvivenza. Da questa analisi emerse che i contatti sociali erano un fattore importante. Fece però anche una sorprendente scoperta: la sopravvivenza dei pazienti era correlata in modo significativo anche al possesso di animali da compagnia: chi aveva un animale in casa aveva maggiori probabilità di vivere più a lungo dopo un infarto. Inoltre ciò non era imputabile all’esercizio fisico indotto dalla presenza di un cane, poiché anche i proprietari di altre specie animali avevano avuto analoghi benefici. La presenza di un animale d’affezione sembra incrementare la longevità e diminuire il pericolo di malattie (Giacon, 1992). Altre ricerche hanno messo in luce che la presenza di un animale da compagnia interviene in modo favorevole sulla pressione arteriosa dell’uomo; si è inoltre visto che non è necessario che l’animale venga toccato, è sufficiente che sia presente nella stanza, basta guardarlo (Ballarini, 1995).

  UN ANIMALE CONTRO STRESS ED ANSIA

Una parola molto di moda oggi è stress. Ad esso si attribuiscono oltre alla depressione anche l’esaurimento nervoso ed una varietà di disturbi psicosomatici. Alla base di questa vera  propria malattia ci sono le frustrazioni e le competizioni nei rapporti sociali e sul lavoro e ritmi troppo accelerati. In un simile contesto gli animali possono offrire un aiuto importante all’uomo, agendo come moderatori tra questa disarmonia e la salute: è dimostrato che le relazioni sociali aiutano a sopportare situazioni di stress sia fisico che psicologico, anche la compagnia degli animali può aiutarci ad affrontare meglio lo stress. In altre parole: la relazione con animali da compagnia si è rivelata un’efficace medicina nella profilassi e nella terapia di situazioni quotidiane di stress (Ballarini, 1995).

 

UNA RILASSANTE VISIONE

I pesci d’acquario sono animali da compagnia molto diffusi e, sebbene la loro alimentazione sia una parte importante delle attività associate al loro allevamento, per la maggior parte del tempo essi fungono da piacevole stimolo visivo. L’influenza di questo stimolo è stata studiata per la prima volta osservando che la contemplazione di un acquario aveva effetti importanti sulla pressione del sangue: l’osservazione dei pesci ha effetti ansiolitici ed ipotensivi (Katcher, 1985). Nel corso degli anni sono stati fatti molti esperimenti per verificare l’effetto che poteva avere l’osservazione di un acquario; i parametri fisiologici che venivano monitorati erano: ritmo cardiaco e pressione del sangue. In tutti i casi si è osservato un abbassamento dei parametri associato ad uno stato di rilassamento indotto dalla visione dei pesci che nuotano tranquilli nell’acquario (Ballarini, 1995). Per spiegare questi risultati è stata proposta l’ipotesi secondo cui la presenza di pacifici organismi viventi riduce l’ansietà e lo stress in quanto la percezione visiva ed uditiva di piante ed animali non disturbati ha sempre costituito per l’uomo un senso di sicurezza (Katcher, 1985). E’ proprio per questi motivi che, sempre più spesso, negli studi medici, e in particolare dentistici, vengono introdotti degli acquari: la contemplazione dell’acquario sembra avere un effetto ipnotico sui pazienti che devono sottoporsi ad un piccolo intervento chirurgico producendo in essi un notevole rilassamento (Ballarini, 1995).

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